Federico Lanaro – Supernatural!
Intervista di Duccio Dogheria
DD: L’installazione ECHO – OHCE, attraverso le leggi dell’ottica e della rifrazione riprende un tema già ampiamente utilizzato nei tuoi lavori precedenti, quello della spersonalizzazione. Figure delineate dal solo profilo ricorrono ad esempio in serie come “Almeno oggi vorrei stare in pace” (2007), o le più recenti “Affetti difetti” e “Seconde generazioni”, ambedue del 2010. ECHO – OHCE sembra tracciare però un’ulteriore evoluzione: figure fino ad oggi isolate, o al limite accorpate in piccoli gruppi, si fanno folla indistinta. L’individuo sembra irrimediabilmente sconfitto, annullato in un semplice pattern che trova senso – e forma – solo in un’entità complessiva. Eppure l’immagine riflessa di queste moltitudini lascia intravedere una speranza, un rimando a una collettività che proprio nel suo essere massa trova senso e forza, come sono appunto gli alberi che nella loro accumulazione indistinta formano una foresta...
FL: Effettivamente è un tema che mi accompagna e sicuramente parte da una mia profonda avversione per i gruppi identificanti. La folla distoglie l’attenzione dalla persona e questo è il motivo per cui è rassicurante e spaventosa allo stesso tempo. Mi piace questa pericolosità intrinseca, data proprio dal numero elevato di singoli elementi vulnerabili. Inoltre “ECHO – OHCE” rende palesi le similitudini tra i due ambienti raffigurati, evidenziandone paradossi e contraddizioni.
DD: I tuoi lavori colpiscono a un primo sguardo per l’aspetto estremamente grafico, fatto di sfondi neutri e colori brillanti privi di chiaroscuro, precisati in forme da semplici linee di contorno. Eppure le tue opere prendono forma col pennello, non in Photoshop. La grafica rimane per te comunque un modello visivo, o meglio, mentale?
FL: La grafica è una disciplina molto interessante perché è basata sulla sintesi, tutto è costruito per focalizzare l’attenzione sul bisogno. C’è un’estetica che m’identifica, fatta di elementi ripetuti e colori piatti, mai più di due, oltre naturalmente il nero che definisce le forme. Questa è una perversione più che una ricerca, che deriva effettivamente dalla grafica “utilitaristica”, quella delle istruzioni di montaggio per esempio, che non ha pretese estetiche ma mira solo ad illustrare tramite pittogrammi delle funzioni. Grafica a parte, direi che in generale mi piace chi, lavorando sulla superficie di concetti profondi e utilizzando pochi semplici elementi, riesce a far intuire mondi complessi. È quello che cerco di fare e che spero sia percepito dal pubblico.







