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Intervista di Duccio Dogheria per la rivista "Work - Art in Progress n°20"

DD - Molte delle tue opere cannibalizzano immagini preesistenti, dai test card televisivi ai videogames, per non parlare delle fotografie. Qual'è il tuo legame con queste fonti?

FL - È molto bella l’espressione cannibalizzare, un’immagine che ne mangia un’altra! Dipende, cerco di realizzare tutti gli elementi che utilizzo, ma spesso riciclo immagini trovate qua e là, su vecchi libri o in rete. Sono affascinato ad esempio dalle illustrazioni create senza scopi espressivi, come quelle dei libretti di istruzione o dei libri scientifici. Non mi interessa molto la qualità come risoluzione, scelgo elementi che possano essere evocativi e li trasformo.

DD - Il tuo rapporto col pubblico sembra basato spesso sul gioco, sullo stimolo all'iterazione. In una delle tue ultime opere, “Almeno oggi vorrei stare in pace”, uno spettatore -in verità non d'arte ma di cinema- calza perfino i panni del protagonista, dell'io narrante. Che rapporto hai col tuo pubblico?

FL - Mi piace pensare che quello che faccio abbia diversi livelli di lettura, e che possa essere interpretato in diversi modi, a seconda dell’affinità con lo spettatore. Spesso i miei quadri sono semplici metafore sul comportamento umano, visioni tragicomiche della vita, da percepire più che capire. A pensarci bene, più che l’autore mi sento uno spettatore del mio lavoro.

DD - Le tue opere sono ricche di elementi contrastanti: minuscole iconografie in ampi campi vuoti, elementi statici sovrapposti ad altri dinamici, ripetizioni seriali stravolte da impercettibili varianti, figure umane con attributi zoomorfi, banali imperfezioni della pelle declinate in preziosismi poetici... Qual'è il senso profondo di questo dualismo, di questo ying-yang iconografico?

FL - Siamo paradossali, ci facciamo prendere da bisogni consumistici di ogni tipo, tutti in fila su scale mobili per comprare cose che scordiamo subito; cambiamo idea in continuazione, siamo forti ma siamo deboli, ansiosi, analitici. Viviamo un mondo fatto di contrasti sociali e culturali, di status symbol, di benessere fittizio e autodistruttivo. Abbiamo ereditato, e ovviamente alimentiamo, una struttura complessa e perversa di cui abbiamo una visione lucida (anche se limitata). È bizzarro, ci rendiamo conto degli errori, delle divergenze e delle forzature, senza poter intervenire in maniera determinata. Forse.

DD - In alcuni dei tuoi lavori gli elementi ripetuti assumono quasi il valore di un personalissimo alfabeto visivo. La parola ritorna poi in maniera più dichiarata, quasi riprendendo alcune forme di narrative art, in opere come la sopracitata “Almeno oggi vorrei stare in pace”. Semplici sperimentazioni o c'è un ritorno a un'accezione più esplicitamente comunicativa dell'opera d'arte?

FL - La mia ricerca è sempre stata caratterizzata dalla sintesi, penso sia fondamentale nella comunicazione. Legare dei piccoli testi alle immagini è stato quasi naturale, e trovo che porti ad un maggior approfondimento dell’opera e a creare un mondo attorno ad essa.

 

 

apparati / stampa digitale, plexiglass / serie / 2008

apparati / stampa digitale, plexiglass / serie / 2008